LA CONSERVAZIONE DEI VECCHI VIGNETI

I vecchi vigneti sono espressione della viticoltura del passato, quando la lavorazione interamente manuale e le esigenze di non troppa vigoria avevano fatto sì che fossero collocati sui pendii più erti e talvolta aridi.

L’esigenza della conservazione dei vecchi vigneti presenta due differenti circostanze:

  1. desiderio di mantenere nelle migliori condizioni di efficienza il vecchio vigneto, per la particolare qualità dei frutti che da esso si ottengono
  2. impossibilità di effettuare un reimpianto per le caratteristiche del pendio, in cui la lavorazione di scasso pregiudicherebbe la sua stabilità
  3. presenza di patologie legate al terreno (alcune virosi), che nel tempo si sono intensificate e il rinnovo dell’impianto ne favorirebbe l’ulteriore diffusione.

Nel caso in cui dopo tanti anni di coltivazione si fosse definita una certa presenza di parassiti, localizzati in uno o più punti del vigneto, il rivoltamento completo di un consistente strato di suolo ne diffonderebbe la presenza in modo omogeneo e dannoso per il nuovo vigneto.

Infestazioni nel suolo di nematodi vettori di virus oppure la presenza di marciumi radicali sono i fattori biotici più diffusi.

Definita quindi la non opportunità di rinnovo di certe aree vitate, la cura di questi vigneti diviene una necessità, al fine di conservarli nel tempo con una competitività produttiva accettabile.

Quale ulteriore complicanza vi sono poi alcune malattie che elevano il livello di mortalità; tra queste, il mal dell’esca sempre più diffuso e la flavescenza dorata. Quest’ultima non fa particolare distinzione tra giovane e vecchio, tuttavia, là dove i suoi effetti si sommano a quelli di altre patologie, la situazione evolve in un peggioramento sempre più rapido.

Considerando quindi di apporre tutte le cure per la conservazione del vecchio vigneto, è necessario considerare le seguenti operazioni colturali:

  1. potatura invernale
  2. piantumazione progressiva delle fallanze
  3. concimazione.

Potatura invernale

Facendo riferimento alla forma di allevamento Guyot, è necessario evitare per quanto possibile i tagli di ritorno sul ceppo. La massa legnosa è condizione di vitalità della pianta. Ogni taglio induce il disseccamento di parte di essa e quindi la riduzione di funzionalità. L’equilibrio tra la parte epigea, il tronco e l’apparato radicale viene così compromesso a discapito di quest’ultimo. La pianta perde progressivamente di potenzialità e vigoria. In un vigneto vecchio, pertanto, non è così importante mantenere il ceppo basso ed è invece utile tollerarne le irregolarità che si sono acquisite negli anni. Basilare importanza è tendere a valorizzare la vigoria vegetativa scegliendo la migliore formazione legnosa quale nuovo capo a frutto, ridimensionando il numero di gemme.

La potenzialità produttiva della pianta risulta essere il fattore di minore considerazione, in quanto, riuscendo a conservare vigoria e massa vegetativa media del vigneto, l’uva ne sarà la conseguenza positiva.

Piantumazione progressiva delle fallanze

Nel vecchio vigneto, la morte di un certo numero di piante è ogni anno cosa certa. È pertanto necessario provvedere alla loro progressiva sostituzione.

Il massimo impegno sarà pertanto nelle operazioni di piantumazione e allevamento delle giovani rimesse. Le piantine avranno notevoli difficoltà ad affrancarsi opportunamente, trovando il terreno compatto e risentendo della competizione con le erbe e delle stesse piante vicine.

La partenza in buona vigoria al primo anno è fondamentale per il corrispondente sviluppo dell’apparato radicale, quale garanzia di benessere futuro.

Il piantamento è costituito da più fasi e pertanto impegnativo.

  1. Nella stagione precedente la messa a dimora, effettuare lo scasso localizzato a un metro di profondità con trivella e punta fresa del diametro di 30-40 cm (puntale che non toglie la terra ma la dissoda).
  2. All’impianto, effettuare un buco di circa 50 cm di profondità nel terreno smosso in precedenza, meglio se con una trivella a mano con una punta piccola.
  3. Porre sul fondo del foro una quantità di humus.
  4. Mettere a dimora la barbatella conservando l’intero suo volume radicale (no toelettatura)
  5. Notevole importanza è che nel foro le radici siano ben disposte verticalmente.
  6. Chiudere manualmente con cura utilizzando terra fine.

Le successive attenzioni, consisteranno principalmente nella zappettatura ripetuta nel corso della primavera-estate e nella legatura al tutore dei germogli principali. I getti più piccoli provenienti dalla testa della piantina potranno essere rimossi una volta che si saranno ben definite le differenze di sviluppo tra di essi.

Foto 1: gabbia bassa protettiva in metallo; Foto 2: gabbia alta protettiva in metallo; Foto 3: shelter tradizionale

La concimazione

La concimazione del vecchio vigneto è una pratica utile ma molto delicata.

Quando le piante sono in regressione, ogni anno perdono di vigoria e l’apparato radicale si riduce in proporzione. In queste circostanze, l’assimilazione degli elementi minerali è più contenuta. L’azoto è il macro-elemento che può essere assimilato per una certa parte, indipendentemente dall’acquisizione degli altri elementi.

La concimazione azotata acquisisce grande importanza per la conservazione della vigoria d’insieme del vigneto. Questa pratica non è tuttavia priva di controindicazioni. Una certa disponibilità di azoto è purtroppo anche favorevole a più parassiti presenti nel suolo, tra cui i funghi responsabili dei marciumi radicali. Inoltre, l’apporto di sostanze nel terreno sarà di maggior beneficio alle piante già più efficienti e non ancora in regressione. È così possibile che con questa pratica si accentuino le difformità tra le viti.

È quindi necessaria la scelta di come operare, in considerazione delle caratteristiche del vecchio vigneto. Pur rimanendo indiscussa la validità dell’azoto (senza tuttavia escludere quella degli altri elementi minerali fondamentali), in caso di un vigneto molto difforme si può propendere per i nutrimenti fogliari distribuiti nel corso dell’intero ciclo vegetativo, differenziandone la composizione in relazione al periodo fenologico.

Le barbatelle in fase di allevamento potranno invece beneficiare di un’apposita concimazione localizzata. L’apporto degli elementi in questo caso non dovrà mai essere sopra le piantine, ma distribuito preferenzialmente a monte su una larghezza di circa 40 cm, in modo che il concime non raggiunga le radici con una concentrazione per esse dannosa.

Edoardo Monticelli

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