Alcune memorie sulla coltivazione del Nebbiolo

Il Nebbiolo

Il Nebbiolo è un vitigno robusto e vigoroso, di buona adattabilità a differenti tipi di terreno. Coltivato in molte aree del Sud e Nord Piemonte, in più zone rinomate del Nord Italia e anche molto diffuso tra vari Continenti.

Non troppo esigente in fatto di terreno, ma richiede microclimi adatti. Particolarmente favorevoli sono i pendii collinari con buone esposizioni. Ovunque, l’uva fornisce vini caratteristici e di elevato valore qualitativo.

.

Non sempre la sua produttività e costante, soprattutto confrontando suoli e micro-ambienti diversi.

In alcune zone, tra queste quella del Barolo e del Barbaresco, la coltivazione del Nebbiolo fa parte della tradizione. In passato, i versanti collinari della Langa, con esposizione Sud, Ovest e in minor misura Est, posti ad una altitudine compresa tra i 300 e i 500m erano tutti occupati dai vigneti di questo vitigno. Già all’inizio del secolo, era infatti la migliore fonte di reddito. Avveniva così sistematicamente nell’occasione dei nuovi piantamenti la selezione dei terreni, sempre a suo favore. La promiscuità viticola era pertanto penalizzata. Altri vitigni storici del luogo, quale il Barbera, era infatti sempre relegato nei luoghi di minore qualità: non poteva così mai espletare al meglio le sue potenzialità produttive. Anche il Dolcetto non aveva migliore sorte. Patendo maggiormente il clima del basso versante, era preferenzialmente posto in zone alte sui pendii meno esposti all’insolazione, quali quelli del mattino.

Il Nebbiolo nel nostro territorio di Langa è stato così un riferimento prestigioso da sempre.

Nei decenni trascorsi, sono tuttavia cambiati i metodi di coltivazione, assecondanti le specifiche esigenze del momento.

Le caratteristiche e la coltivazione

Questo vitigno ha il carattere morfologico di tralci con internodi particolarmente lunghi. L’allungamento dei suoi germogli è così maggiore rispetto ad altri vitigni; inoltre, reca la maggiore fertilità produttiva nella parte distale del tralcio. Quando il valore della produzione era dettato perlopiù dalla quantità di uva per unità di superficie (giornata piemontese = 3810 mq), i potatori d’inverno tendevano a lasciare alle piante di vite un abbondante numero di gemme, proprio con questo fine.

Per cercare poi di non eseguire grossi tagli di riduzione sulle branche ormai cresciute, si utilizzavano per le nuove annate i tralci giovani dislocati su di esse. Con il tempo si formavano via via masse legnose all’apparenza informi che tuttavia esprimevano una loro tipicità estetica. Alcuni di questi vigneti, ormai pressoché centenari, sono ancora presenti sulle nostre colline, sebbene destinati ad estinguersi in non troppi anni.

Il passaggio successivo è stato quello di ridurre la massa legnosa ogni anno, in modo da avere un solo tralcio destinato a portare il frutto. Tutto ciò è valevole per la maggiore uniformità del vigneto ma non certo per le singole piante, soggette ad amputazioni ripetute.

Perseguendo tuttavia la quantità quale principale obiettivo, per fruire della maggiore fertilità delle gemme distali, era necessario che vi fosse una congrua distanza tra le piante. Quella di alcuni decenni or sono, era 110 cm. Il tratto orizzontale tra due piante vicine era così occupato da un tralcio (capo a frutto) costituito all’incirca da 10-13 gemme di cui le ultime più produttive.

La nuova viticoltura

La meccanizzazione nei vigneti ha in seguito determinato ulteriori cambiamenti. Con l’impiego delle macchine, sempre più specifiche per le varie operazione, il miglioramento della viticoltura in genere è risultato netto: maggiore precisione e tempestività degli interventi e soprattutto un notevole risparmio economico.

Dove è stato possibile, la nuova tecnica colturale si è rapidamente diffusa.

La nuova generazione di vigneti è stata realizzata con strutture e distanze il più idonee possibile all’uso dei nuovi strumenti.

La distanza tra le piante si è progressivamente ridotta. Inizialmente, affinché fosse garantita maggiore uniformità della spalliera di vegetazione, poi per ridurre la quantità di uva prodotta da ogni vite, tendendo al miglioramento dell’omogeneità dei frutti e della maturazione. Si è così giunti a circa 80 cm tra le piante e, in alcuni casi, ancor meno.

Attualmente, su versanti di media pendenza, il sesto tra le piante è 250 x 80 cm. È così possibile il passaggio di macchinari di varie dimensioni. Non solo, essendo l’altezza media dei filari di Nebbiolo di circa due metri, questa distanza consente anche un’apprezzabile insolazione delle spalliere nel corso della giornata e un sufficiente arieggiamento interno. I vigneti moderni oggi contano così mediamente 5000 piante per ettaro.

Il passato e il presente

L’evoluzione avvenuta nei decenni passati non riguarda tuttavia solo le strutture o i modelli di coltivazione. Anche il vitigno Nebbiolo ha avuto cambiamenti che ne hanno migliorato le caratteristiche produttive soprattutto in merito alla qualità finale dei grappoli volta all’enologia.

I nebbioli di un tempo erano conosciuti come Lampia, Michet, Rosé. In un complesso estremamente eterogeneo di biotipi, questi si erano particolarmente distinti per i loro caratteri. Il Lampia per il grappolo abbastanza grande, piramidale a volte anche alato, il Michet con grappoli corti e piccoli assai ambito per la qualità e infine il Rosé il cui nome sottolinea la riduzione del colore.

Quest’ultimo è stato ben presto abbandonato. Per quanto concerne il Michet, si è scoperto che la riduzione del grappolo e della produzione erano indotte da virus presenti al suo interno e non dal particolare genotipo. È rimasto quindi solamente il Lampia, dal quale sono state originate numerose selezioni volte sempre alla ricerca della migliore qualità enologica finale.

Oggi, biotipi certificati derivati dal Lampia ve ne sono molti, ripartiti sovente per i territori da cui hanno avuto origine.

È difficile ora fare il confronto tra la viticoltura del Nebbiolo nel passato e quella attuale. La prima, adeguata alle attese dei tempi di allora, forse meno ambiziosa, ma che ha certamente costituito la partenza e l’opportunità per continui progressi … fino ad oggi.

Rimangono ancora sul territorio e nella memoria tre distinti tipi di vigneti:

  1. vigneti dall’antico modello di potatura
  2. vigneti con maggiori distanze tra le piante e strutture di sostegno in legno
  3. vigneti con sesto 250 x 80 cm e strutture più adatte all’impiego delle macchine.

Edoardo Monticelli

CONDIVIDI L'ARTICOLO

Iniziamo a Collaborare

POSSO AIUTARTI A MIGLIORARE LA QUALITÀ E LA QUANTITÀ DELLA PRODUZIONE !

CONTATTAMI